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 Direttore
Vincenzo Maccarone

Direttore Artistico
Claudio Composti

Via Malaga 4
20143 Milano
citofono 72

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MM2 Romolo - P.ta Genova (linea verde)
+ bus 74 - 47 (fermata P.za Bilbao);
Filobus 90/91 (fermata viale Cassala)

tel/fax +39 02 87280910
E-mail: mc2gallery@gmail.com

Da mercoledì a sabato
Orari: 15-19
20 Novembre 2012 - 31 Gennaio 2013

Lamberto Teotino
Sistema di riferimento monodimensionale
A cura di Claudio Composti e Domenico De Chirico

Martedì 20 Novembre 2012
18.00
texts by Domenico de Chirico e Alessandro Trabucco /partner : DROME Magazine

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Viale Col di Lana 8- 4° cortile
20136 Milano



> Official Web Site Lamberto Teotino

> Official Web site Eyemazing
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Sistema di riferimento monodimensionale” di Alessandro Trabucco

di Alessandro Trabucco «Le immagini non sono più quelle di un tempo. Impossibile fidarsi di loro. Lo sappiamo tutti. Lo sai anche tu. Mentre noi crescevamo le immagini erano narratrici di storie e rivelatrici di cose. Ora sono tutte in vendita con le loro storie e le loro cose. Sono cambiate sotto i nostri occhi. Non sanno più come mostrare noi. Hanno dimenticato tutto. Le immagini vengono svendute al di là del mondo, Winter, e con grossi sconti!» Wim Wenders, Lisbon Story, 1994 L’immagine fotografica è il risultato di un procedimento meccanico il cui programma è situato all’interno di un apparecchio in grado di essere manipolato da un agente esterno, un artefice che ne sappia utilizzare correttamente le funzioni. La procedura da seguire ha delle caratteristiche sommarie comuni per ciascun agente, ma sono l’azione e la scelta specifiche a fare assumere all’immagine finale un’identità più o meno marcata dell’autore. Ed è ciò che può avvicinare questo linguaggio espressivo ad uno statuto di relativa autonomia rispetto al cosiddetto “referente” esterno, alla dipendenza dalla volontà del soggetto ritratto, di qualunque entità formale esso sia. Quindi, sin dalle sue origini, rispetto all’intervento diretto sulla tela o sul blocco di materiale vario da plasmare con le mani, la fotografia ha avuto un intermediario, una scatola magica, un marchingegno che ha sostituito la mano del pittore e lo scalpello dello scultore, disponendo il fotografo in una situazione quasi di privilegio, di nobile distacco rispetto alla metodologia di realizzazione della propria opera. Ma le procedure da seguire sono in effetti più d’una, tra cui una rappresentata dalla fase di ripresa e l’altra, nella fase finale, dalla stampa dell’immagine catturata dall’obiettivo. Nel mezzo di queste due fasi c’è “l’immagine latente”, cioè l’immagine impressa nella pellicola negativa (o positiva) potenzialmente esistente ma ancora invisibile all’esterno perché chiusa all’interno del “grembo materno” della fotocamera e visibile solo dopo il trattamento di sviluppo. Wim Wenders, grandissimo regista noto anche per la sua produzione fotografica, nel suo film Lisbon Story del 1994 ha sviluppato un discorso molto interessante sull’immagine latente cinematografica, in un monologo appassionato ed intenso del co-protagonista del film, alla ricerca della purezza dell’immagine, una purezza non contaminata dallo sguardo dell’uomo. Questa purezza viene mantenuta dalla virtualità delle proprie riprese con la macchina da presa effettuate con l’apparecchio posto alle proprie spalle, quindi senza un occhio che lo guidi coscientemente su un soggetto piuttosto che un altro. La scoperta di queste riprese, relativamente condizionate dalla scelta consapevole dell’autore (la decisione dei precorsi da seguire, dei luoghi da riprendere e degli specifici momenti della giornata) rimarrà appannaggio delle generazioni future, assicurando alle immagini un distacco temporale abbastanza lungo in grado di conservare la propria verità espressiva. Le immagini che Lamberto Teotino ha utilizzato per il progetto sistema di riferimento monodimensionale sono ricavate da archivi web e sono immagini in bianco e nero che rappresentano diversi momenti storici. La prima fase della procedura viene completamente saltata dall’artista così come anche quelle del “limbo” dell’immagine latente e del successivo sviluppo della pellicola. Teotino salta le prime tre e passa direttamente ad una quarta fase, di manipolazione digitale, simile a quella che un tempo avveniva all’interno della camera oscura in una dimensione di solitaria creazione alchemica e disvelamento delle forme impresse nelle lastre. L’artista agisce su ciascuna immagine scelta con un unico e minimo intervento, a volte quasi invisibile, mimetizzato, altre volte più evidente allo sguardo. Questo intervento riproduce una o due linee verticali od orizzontali come fossero delle pieghe fisiche nella fotografia stampata ma che nascondono o annullano, in quel preciso punto e per una estensione limitata, la porzione di spazio corrispondente. In quella linea avviene qualcosa di strano, di inspiegabile, perché produce una sorta di sottrazione spaziale solo lungo la sua retta e mantenendo bene in vista tutto il resto. Non ne percorre l’intera superficie, come potrebbe accadere piegando manualmente la stampa, ma si sviluppa per un tratto limitato, molto all’interno dei bordi dell’immagine. E’ proprio in quella specifica porzione di campo visivo che avviene la parziale riduzione alla monodimensionalità dell’immagine, presentando contemporaneamente quattro situazioni differenti di fruizione dello spazio: la tridimensionalità effettiva dello spazio originale fotografato, che viene riprodotto nella bidimensionalità dell’immagine, la monodimensionalità dell’intervento di manipolazione da parte dell’artista e la tridimensionalità reale dello spettatore che osserva. L’idea di un sistema di riferimento monodimensionale Teotino la ricava dalle teorie di René Descartes sull’individuazione delle coordinate per calcolare la posizione di un oggetto nello spazio. Con questo lavoro egli pone quindi degli interrogativi teorici e linguistici sulla stessa definizione di rappresentazione e ricostruzione fittizia della realtà attraverso l’immagine fotografica pura (quindi ancora legata ad una produzione tradizionale), riflettendo in maniera approfondita sulla verità visiva di questa proiezione del mondo esterno riportata in una superficie piatta e trasformata in pura immagine mentale, ed infine, con gli attuali strumenti tecnologici di manipolazione dei dati elettronici, creando una sorta di “disturbo visivo”, d’incongruenza informativa, d’errore di riproduzione, mandando in tilt la consueta percezione dei significati dell’immagine (frutto di un’educazione uniformante all’uso della vista) scatenando di conseguenza un nuovo, problematico e più puro approccio all’immagine mediatica. E’ la stessa purezza di cui parla il protagonista del capolavoro di Wim Wenders, e che riesce ad ottenere solo ad un prezzo molto alto, quello di non poter vedere mai ciò che ha ripreso, mantenendone in questo modo intatta la verginità originaria. Quella verginità che invece Teotino riesce a restituire ad immagini del passato, viste, riviste e poi dimenticate, infine ripescate dall’oblio, reinserite in un circuito ben distante dalla loro situazione primitiva di documentazione storica, ed osservate “da generazioni future” (noi) “con occhi diversi dai nostri” (coloro i quali hanno assistito nel passato all’evento fotografato).




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